Il sole (2001)

A mia Madre, ai miei fratelli Davide, Manuela, Matteo. 
La loro mancanza mi pesa ogni giorno che passa 

Il sole pomeridiano si lanciava sui massi della chiesa colorata di arancio dai rimandi dorati. Nella piazza del paese solo pochi disgraziati, per lo più sessantenni sciupati dal lavoro di campagna, scuri e stanchi, assuefatti alla monotonia quotidiana fatta di piccoli e quanto mai insignificanti gesti.
Tutto era tranquillo, l’orologio batteva le cinque. Anche le campane sembravano stanche, logore, costrette a battere il tempo, che dalle nostre parti sembra scorrere con un ritmo più moderato.
– Comu sciamu? (trad. “Come state?”)
In un dialetto sforzato, di chi manca da più di quarant’anni dal suo paese natale.
– Sciamu bbueni? (trad. “Va tutto bene?”)
Ma chi caspita era? Chi era quell’individuo, in abito bianco, che con fare di chi si sente in diritto di rompere le scatole a chi vuole essere lasciato in pace, si era “intromesso” in qualcosa che non gli apparteneva?
Era finalmente tornato. Chi, da dove?
A vent’anni, dopo il servizio di leva, che in quel periodo durava 18 mesi e che se eri sfortunato a partire a ottobre di un anno finivi a febbraio di tre anni dopo, era partito con una “valigia” non di cartone plasticato similpelle, ma fatta di cartone da imballaggio, piena di speranze, di olio e vino, per tentare la sorte, magari spinto dalle lusinghe di un lavoro meno umile di quello del contadino a cui sarebbe stato sicuramente dato in sorte.
E così si era ritrovato suo malgrado, ma troppo fiero per tornare indietro da sconfitto, in una terra straniera, che lo aveva accolto da straniero e che avrebbe sfruttato tutta la sua giovinezza per diventare una grande potenza europea: la nazione dell’ordine, delle cose che funzionano, degli emigranti, del “miracolo economico”, della facile fortuna.
Aveva lavorato come manovale prima e muratore poi, per quindici ore al giorno. A comprare le cose che dalle nostre parti nessuno si sarebbe mai sognato di comprare, il pane, la pasta, le verdure, il vino.
Ma alla fine ce l’aveva fatta. Il destino era stato clemente. Finalmente era riuscito a mettere da parte circa 460 milioni, ed era tornato.
Non aveva mai più amato altra donna.
Pensava a ‘Nzina la sua vicina di casa, fanciulla da rispettare come una sorella e magari da portare all’altare pura e innocente, nel corpo e nello spirito.
Qualcuno lo riconobbe, altri chiesero, alla fine la voce si sparse. Era tornato, “lu fiju te lu Ppilu” (trad. “il figlio di Pompilio”) era tornato. Quarant’anni vissuti nella speranza di tornare. E così si ritrovava di nuovo a Campi.
Erano cambiate molte cose, ma la piazza era sempre la stessa, era cambiato solo in nome: non più “Piazza Salandra” ma “Piazza Libertà”.
E adesso? Dove andare!?
Dalla piazza del paese è facile arrivare a Vico Stefanelli, chi è di Campi sa che ci sono circa cento metri. La casa aveva lasciato il posto ad una strada, e pertanto Vico Stefanelli, non era più un “vico” ma una “via”, il nome però, strano come sono strane tante cose che succedono nel nostro paese, era rimasto quello.
E il “Palazzo Galelli”, giù anche quello.
Cancellati i ricordi di gioventù da una ruspa e dal pensiero poco felice di qualche pseudo urbanista, poco attento alla storicità di alcuni luoghi, che aveva sconvolto il centro storico del paese.
E la casa della Nzina? No almeno quella era stata risparmiata, ma era diventata uno studio medico con tanto di targa sopra la cassetta della posta “dott. Pompilio Maci” (sicuramente uno dei nomi più comuni a Campi).
Il figlio della Nzina, ma che strana sensazione, un brivido lo percorse, un rigagnolo di sudore scese dalle sue braccia.
Ma la cosa più importante era lei. Ma dove era, cosa faceva. E cosa aveva fatto in questi lunghi anni.
Il parto era stato travagliato, e la vergogna di quel bambino senza padre non aveva autorizzato il ricovero in ospedale. Una specie di ostetrica-abortista-tuttofare, era riuscita a farla partorire, ma non a salvarle la vita.
E Pompilio dapprima era stato affidato ad una zia e poi preso a cuore da padre Giuseppe dell’Istituto Calasanzio. Dopo aver frequentato il liceo si era trasferito a Napoli e li aveva studiato all’università ed era diventato medico.
Padre Giuseppe, che ai nostri giorni sarebbe stato definito il suo tutor aveva custodito gelosamente una lettera, una “sfoglia” da recapitare a tale Antonio Quarta (anche questo uno dei nomi più comuni a Campi). In quarant’anni non c’era mai riuscito, ma forse era arrivato il momento.
Una Mercedes parcheggiata in Vico Stefanelli fa un certo effetto. Se non fosse altro perché le macchine che passano devono quasi restringersi in condizioni normali, figuriamoci con una macchina in sosta.
Da Mena aveva trovato ospitalità e tante risposte alle sue innumerevoli domande.
La prima cosa da fare sicuramente andare a trovare Nzina, portarle una dozzina di rose pegno di amore eterno e sincero, amore vero. Era splendida, la sua foto malinconica rispecchiava tutta la sua giovinezza. Il singhiozzo fu di preludio al pianto, un pianto dolce, delicato, estraneo alla sua figura di uomo vissuto, duro, temprato dalle vicissitudini e dalla noia.
In un paese piccolo, e pettegolo, le notizie di spargono in men che non si dica.
Padre Giuseppe si sentì liberato.
La lettera che aveva custodito per tutti quegli anni finalmente aveva raggiunto quel tale Antonio Quarta.
L’emozione fu incredibile. Ma anche il senso di biasimo verso se stesso.
Troppe cose erano cambiate, era passato troppo tempo.
E così come era tornato se ne era andato. Tra l’indifferenza di tutti.
Il notaio Arturo de Santis, settantenne curvo ma di aspetto signorile, e vorrei vedere proprio, dopo aver ricevuto un telegramma, aprì un testamento olografo.
“ Io sottoscritto Quarta Antonio, nel pieno….. lascio ogni mio avere e più precisamente la somma di £ 460 milioni, depositata presso la filiale del ……… di ………….. , sul cc n. ….., la casa sita a Monaco ….. , il negozio di ferramenta ….., a mio figlio Pompilio Maci nato a Campi Salentina il …… e residente a ……. “.
Finalmente anche suo figlio avrebbe avuto un padre.
E lui un figlio.
Riccardo Mattei

Ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale.
I nomi, i personaggi e le storie sono frutto della mia fantasia. Se qualcuno si dovesse riconoscere nel racconto, buon per lui.
Ho già scritto la sua biografia.

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Android vs IOS – prima parte

Cattura

Voglio raccontarvi un culacchio.

  • Giulio, mi raccomando amore di papà, quando stai a Bristol scatta tante foto e mandamele, poi Giu’ chiamaci e mandaci qualche messaggio.
  • Sì papà, tranquillo.

Il giorno prima della partenza “accidentalmente” il suo telefono cade e muore.

E mo’? Moplen.

Il buon padre di famiglia che è in me, viene fuori – tra la sorpresa degli astanti – e si manifesta sotto forma di generosità e altruismo, mai visti prima.

  • Giulio, tieni il mio cellulare (iPhone 7 immacolato, perfetto, pochi mesi di vita, custodia originale Apple, tante applicazioni a pagamento, tanta musica scaricata da iTunes)
  • Ma sei sicuro?
  • Sine (non chiedermelo di nuovo che sono già pentito della proposta, pensai, cercando di non far trapelare la mia sofferenza)
  • E tu come farai?
  • Tranquillo, risolvo in qualche modo.

“Risolvo in qualche modo” è “Riccardo vai da Mediaworld e comprane un altro”.

Incontro per caso un amico esperto del settore. Gli racconto il tutto e mi dice

  • Anzichè spendere 749 euro compra un Honor 8 lo danno in offerta a 299 €.
  • Ma è Android! (mai avuto cellulari Android perché dal 2010 ho avuto nell’ordine un iPhone 3, un 5, un 6plus, un SE e un 7)
  • Fregatene è octa core, ha 4 giga di Ram, 32 di memoria espandibile con una SD.
  • Ma non è bello come l’iPhone.
  • Guarda che ha la doppia fotocamera, la scocca in vetro unnumerochenonricordocheprecedeunaD, ed è Huawei.
  • No scusa mi ha detto Honor 8 e mo’ mi dici che è Huawei, decidite frate miu.
  • Tieni presente la Toyota e la Lexus?
  • Sì.
  • La Toyota è la Huawei, la Lexus è la Honor. La stessa cosa.
  • Va bene.

Mi convince e vado a comprate ‘sto benedetto Honor 8.

Siete mai passati da IOS ad Android o viceversa? Ho nominato tanti nuovi Santi, che Giovanni Paolo II al mio cospetto è un dilettante.

Arriviamo ai nostri giorni.

Cucinuma lu Rocco, saputo del mio travaglio interiore, mi dice

  • Ho un iPhone 6 che non uso, lo vuoi?
  • Ro’ che cazzo di domande fai? Certo che lo voglio, mena e manisciate puru.
  • Domani te lo porto.

Tutto prisciato, il giorno dopo, spengo l’Honor 8 estraggo la sim, la inserisco nell’iPhone e, e parte la seconda ondata di Beatificazioni e Santificazioni [le maiuscole a cazzo sono un omaggio ad una mia amica, quindi sono ricami e non errori, meh (e il meh è un altro omaggio ad un’altra amica)].

Rifaccio tutto al contrario e torno quindi all’Honor 8.

Nel frattempo quegli stronzi di Cupertino organizzano l’evento dell’anno, che io e Giulio guardiamo da casa in diretta, con la stessa devozione di chi va a Medjugorje per l’apparizione della Madonna.

Mi innamoro dell’iPhone 8.

Lo tradisco dopo mezz’ora con l’iPhone X (in America la legge Fiano non è applicabile, so che un paio di amici, se mai leggeranno – per combinazione omonimi tra loro – staranno sorridendo).

Per concludere, non sono ancora considerato emulo di Karol Wojtyla solo perché per il 3 novembre mancano 44 giorni.

Stay tuned.

Briatore e la sagra delle uova ‘ndilissate.

Leggendo i vari post su #Briatore, apparsi ieri su Facebook, ho capito che:

– Briatore vuole occupare, con il suo stabilimento extra-super-dipiùLusso, tutta la costa Salentina da Punta Prosciutto a Lindinuso;
– Briatore vuole radere al suolo 4 comuni dell’entroterra Salentino e farne un eliporto, un aeroporto e un porto deviando l’Adriatico, lo Ionio, il Tigri e l’Eufrate.
– Briatore vuole proporsi come nuovo Assessore alle Attività Produttive, al Turismo e alle Infrastrutture della Regione Puglia e della Regione Basilicata che sarà annessa, in modo da dettare la sua idea di sviluppo.
– Briatore vuole diventare Presidente delle A.P.T. delle province di Lecce, Brindisi e Taranto. e riscrivere il calendario delle sagre paesane, comprese quella delle uova ‘ndilissate e delle patate zuccarine.
– Briatore vuole rinchiudere tutti i nativi salentini in riserve come successe con gli Indiani d’America e farli circolare liberamente soltanto nel periodo che va da ottobre a maggio.
– Briatore vuole diventare il prossimo Maestro Concertatore della Notte della Taranta 2017, e sostituire la pizzica con la musica celtica.

Mentre i Politici e gli Imprenditori locali, da dietro un PC (così come sto facendo io), si stanno adoperando per risolvere tutti i problemi del Salento.
Stiamo messi male, molto male. Ma questo lo sapevamo già.

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Taras

For foreigners: It’s nobody’s fault.

For italian tourists: “Un eccesso del 30 per cento della incidenza di tumori infantili nell’area tarantina rispetto alla media nazionale e 20mila nuovi casi di tumore all’anno in tutta la Puglia: sono alcuni dei dati diffusi a Bari, in Fiera del Levante, nel corso della presentazione del primo rapporto del Registro tumori  regionale che fa riferimento a un periodo che va dal 2006 al 2011, a seconda dell’arco di tempo in cui sono stati raccolti i dati. Il dato più allarmante riguarda proprio Taranto dove la concentrazione di fabbriche, in particolare l’Ilva, contribuisce a un peggioramento della qualità dell’aria. Più volte negli ultimi mesi, il governatore Michele Emiliano ha chiesto al governo garanzie per la salute dei cittadini tarantini. L’ultimo affondo proprio nel corso del discorso inaugurale della Fiera davanti al premier Renzi.” [da La Repubblica.it del 18 settembre 2016] 

Pe’ nui: La sapiamu già.

Inviti

Marco

For foreigners: Are you coming? 
For italian tourists: Verrai anche tu, insieme a me, Titti e Monica (fidanzatoH non viene nominato, ma non so perché – questa è una mia “sciunta”) a San Cesareo, venerdì 23 settembre 2016, ad assistere ad uno spettacolo di beneficenza, tra l’altro anche carino, interessante?
Pe’ nui: Sta bbieni?

 

Riccardo

For foreigners: I’m ready, I hope it is also my wife.
For italian tourists: Io verrò sicuramente, è un’iniziativa lodevole, che deve essere supportata, tra l’altro degli artisti che interverranno qualcuno lo conosco pure, e poi è sempre un piacere stare con voi; ma non so se verrò da solo o con mia moglie; non so se ha già impegni per quella sera, certo è che se verrà con me mi farà piacere, sennò pazienza.
Pe’ nui: iou egnu certu, iddrha fazza cce bole.

san-cesareo

Monologo

For foreigners: He was forthright.
For Italian tourists: Ha parlato pane pane e vino al vino. È stato pungente e sarcastico, molto diretto preciso, e il suo dire è stato talmente circostanziato da lasciare senza parole lo sfortunato ed inerme interlocutore.
Pe’ nui: ‘Nci l’ha ssittata.